inquietudini e viaggi

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Utente: melogrande
Nome: Francesco
Un'anima in viaggio, un po' autocentrata, ma non arida. Un temporale di marzo, a volte.

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domenica, 28 giugno 2009
Hai voglia a dire

 
 
Hai voglia a dire che non è l’ età.
Hai voglia a dire che può succedere in qualsiasi momento. Non è così. Succede quando gli anni passano e la prospettiva di vita si inverte, non sei più lì a guardare quanta strada hai fatto da quando eri un giovanotto presuntuoso che voleva spaccare il mondo in quattro, prima di accorgersi che il mondo non stava lì fermo a farsi spaccare in quattro da un ragazzino che pensava di sapere tanto e non sapeva niente.
 
Ne era derivata per lunghi anni una lotta, colluttazione, braccio di ferro che sia fra la volontà ed il mondo, un tentativo di sottomettere il secondo alla prima. Un corpo a corpo che assorbiva ogni energia. Semplicemente, quando si ha troppo da fare non c’ è tempo per sentire passare il tempo.
Anni in cui nella lotta fra il modo e la volontà l’ unica vittima sei stato tu.
 
La misura della forza della propria volontà è sempre il dolore autoinflitto, misura del trionfo sull’ istinto, il proprio istinto, si capisce, maturità raggiunta attraverso la cognizione del dolore, non è forse questa la vera linea d’ ombra ?
 
Il futuro è un peso insopportabile a vent’ anni. Per rimuoverne l’ angoscia lo si affronta come uno scultore affronta il blocco di marmo, addosso con martello scalpello e trapano, a mani nude e sanguinanti. Il futuro che non c’è ancora è tutto ciò che si ha a vent’ anni.
Dare forma. Costruire. Plasmare.
Fare il mondo a propria immagine, un po’ di mondo almeno, quel po’ che serve a creare un posto tuo, un pezzo di vita tuo, a lasciare un’ impronta sia pure non da gigante.
Una tana, forse, o magari qualcosa di più.
 
Spasimo di riconoscimento, l’ approvazione dei maschi dominanti, persino una cooptazione forse, l’ accettazione da simile coi simili. Inutile ironizzare, l’ animale sociale a questo sottomette da sempre cibo e riposo. Chiamiamola ambizione o spazio vitale o posto al sole o quel che sia in termini elogiativi o denigratori o derisori persino, non importa.
 
Solo molto più tardi ci si volta a guardare l’ altra sponda. Non ciò che si è messo insieme ma il suo complemento. Non quello che si ha ma quello che manca, o che pare che manchi. La sensazione di essere stato almeno in parte fregato. Sensazione assurda, si capisce, di molte strade non si poteva che imboccarne una sola, col suo buono ed il meno buono, momenti intensi e delusioni salate, agrodolce sulla lingua e nel cuore, lo zucchero ed sale si somigliano e a volte li scambi, e di sicuro cambiare strada non avrebbe poi di tanto cambiato la miscela o il risultato.
 
Nel corso della battaglia non ci si accorge delle ferite, e non si sente il male. Quello arriva dopo, a freddo, e allora di corsa a cercare il lenitivo. La consolazione ? No, il recupero impossibile. Il tempo è passato, intanto che non guardavi il calendario.
E che sia passato lo vedi, non solo allo specchio ma guardandoti intorno, i punti di riferimento titanici dell’ infanzia non ci sono più o se ci sono non sono più titanici, sono vecchi, deboli, pieni di malanni, nemmeno più tanto lucidi, a volte. Vederli desta la pena infinita di ciò che è perso per sempre e non può essere più sostituito perché semplicemente sei tu adesso ciò che erano loro nella tua infanzia, e a te non sarà risparmiato identico destino.
 
Ma forse non tutto è perduto. Messo al sicuro un discreto bottino, c’è ancora del tempo, non basta forse per un secondo avvento, una rinascita vera ma può essere sufficiente per ridere, scherzare e tornare un po’ ragazzo, la chiamino pure sindrome di Peter Pan, ne ridano e ci scherzino su quanto gli pare, è passato il tempo in cui te ne saresti preoccupato.
Non c’è rimasto da dimostrare nulla a nessuno, del resto, compito assurdo e debilitante di lunghi anni immemori, almeno questo l’ età lo regala..
 
Il tempo che resta, curato, coccolato, accarezzato, impiegato almeno in parte per raccogliere frutti, non necessariamente coltivati a regola d’ arte. Bastano anche frutti selvatici, o anche frutti trovati per caso, purché gustosi.
 
 
 
 

Postato da: melogrande a 22:02 | link | commenti (14)
maturità, inquietudini

domenica, 21 giugno 2009
Cercando guai

a piedi 
Salite intenzionali da togliere il respiro,
dolente nelle gambe il battito del cuore.
Scartate le pianure, le strade troppo dritte,
la vita è vera in curva, che sia pure un tornante.
 
Sentieri faticosi, precarie arrampicate,
passaggi impegnativi, astrusi rompicapi,
un’ utopia che basti per muovere all’ azione,
non dico dar la vita, ma un poco farsi male,
 
Ho visto troppe volte le strategie di gioco,
la forza nei rapporti, gli scontri sempre uguali,
gli ego in competizione da bimbi d’ un asilo,
niente da ricordare, piccole creature.
 
Nessun conflitto eroico di dimensioni epiche,
o sinfonia romantica, teatro didascalico,
cibo per la follia nei guai di questa vita.
C’è tempo, e non è ora, per vivere tranquilli.
 
 
 
 
 

Postato da: melogrande a 12:17 | link | commenti (6)
luoghi, momenti, anima

martedì, 09 giugno 2009
Una fertile decadenza

 
Ho letto da qualche parte una teoria secondo cui la decadenza di una civiltà non è necessariamente accompagnata da aridità culturale e spirituale. È piuttosto vero il contrario, che quando un paradigma culturale non tiene più la vivacità intellettuale tende a diventare altissima, perché le nuove idee vengono esplorate freneticamente, alla ricerca di vie d’ uscita dalla crisi, nuovi appigli, qualcosa a cui aggrapparsi e su cui costruire.
 
Un periodo di questo tipo fu l’ ellenismo, il tardo impero romano, l’ inizio del bizantinismo.
Nuove mode, nuove idee, nuove religioni, esperimenti di ricerca di un terreno solido su cui costruire, tentare di costruire una società nuova o semplicemente nuove fondamenta per la propria personalissima esistenza.
Nuovi dei, nuove credenze, superstizioni, miti, astrologia, tutto fa brodo quando si perdono i riferimenti. È solo con le invasioni barbariche che questo fermento cessa, e la società si rifugia nell’ individualismo come una tartaruga che ritiri la testa dentro al guscio.
La società occidentale moderna, la nostra società mi sembra che mostri tutti i sintomi caratteristici, compreso il sincretismo, la frenetica esplorazione spirituale o presunta tale, che spesso è solo godereccia e superficiale.
 
Ma allora siamo alla vigilia del crollo ?
Arrivano i barbari ?
Si salvi chi può ?
 
L’ idea non è certo nuova, ed il tramonto dell’ Occidente è il moderno mito millenaristico per eccellenza, scorre come un fiume carsico da duecento anni fra scrittori, filosofi, intellettuali in genere.
Ma le cose sono un po’ più complicate di così, mi sembra.
Non è poi così facile prevedere il crollo imminente di un impero, non è una legge naturale, non è una malattia diagnosticabile dai sintomi in modo deterministico.
Tutt’ altro.
 
Perché è crollato l’ impero romano ?
Continuiamo a chiedercelo da quindici secoli, e già questo prova che le ragioni non sono poi così facili o evidenti, è stato persino ipotizzato il saturnismo, un avvelenamento collettivo causato dal piombo usato nelle condutture dell’ acqua.
E se le cause del crollo dell’ impero romano non sono così evidenti a noi che le studiamo da millecinquecento anni, quanto più oscure dovevano apparire ai contemporanei, a chi viveva all’ epoca dei fatti ed ancora nemmeno sapeva se l’ impero sarebbe crollato davvero o no.
È probabile che nella mente dei cittadini del tardo impero echeggiasse la stessa domanda che ha posto negli anni Sessanta Bob Dylan ai suoi contemporanei: “Qualcosa qui sta succedendo, ma tu non sai cosa, vero Mr Jones ? ”.
E non è un caso isolato, il crollo dell’ impero romano, lo stesso discorso vale in molti altri casi, io sospetto addirittura in tutti.
 
Perché è crollata l’ Unione Sovietica ?
C’è qualcuno che pensa sia stata data una risposta convincente e soddisfacente a questa domanda ? Io no.
Ho sentito tirare in ballo l’ escalation imposta da Reagan con l’ iniziativa dello scudo stellare, un’ escalation che la disastrata economia dell’ URSS non era in grado di sostenere. Ma questa economia aveva già prima sostenuto la corsa allo spazio negli anni sessanta, sia pure perdendola. E poi, l’Unione Sovietica avrebbe potuto pure cambiare gioco e reagire promuovendo invece una politica di disarmo, guadagnandosi probabilmente il supporto dell’ opinione pubblica mondiale, mettendo in difficoltà il presidente americano di fronte al suo stesso pubblico. No, non ci credo a questa spiegazione.
 
È stato pure invocato il risveglio del sentimento religioso, catalizzato dal papa polacco, e questa spiegazione mi sembra già un po’ più credibile, aggiungendo un elemento “forte”, alla contrapposizione fra i russi ed i popoli satelliti, in particolare quelli cattolici.
Papa Wojtila come bandiera della resistenza contro il sistema sovietico, contro i russi, contro gli ortodossi e contro i comunisti, tutto insieme.
È possibile, persino probabile che questo abbia favorito ed aiutato il disfacimento di un sistema in crisi, non riesco invece a credere che sia l’ unico elemento, e neppure quello decisivo.
 
Una teoria in voga una quindicina di anni fa (“The Rise and Fall of the Great Powers” di Paul Kennedy) attribuiva la caduta delle grandi potenze al collasso economico che regolarmente seguiva ad uno sforzo militare espansionistico troppo grande.
Gli imperi si espandono, ma questo li costringe ad un impegno militare sempre maggiore, che a sua volta drena una proporzione crescente delle risorse economiche del paese. Per un certo tempo, il ritorno è positivo, i benefici conseguenti all’ espansione dell’ impero superano i costi, l’ investimento si ripaga con l’ afflusso di ricchezze dalla periferia verso il centro, ma nel lungo periodo i costi di mantenimento crescono, il bilancio diventa negativo e l’ impero, semplicemente, si spegne dissanguato dallo sperpero delle sue risorse per coprire gli impegni militari.
 
Se questa teoria funziona, e devo dire che a me pare la più convincente fra quelle che ho incontrato finora, allora c’è poco da stare allegri.
Rimasti l’ unica superpotenza mondiale dopo il crollo dell’ Unione Sovietica, gli Stati Uniti si sono auto-attribuiti il ruolo di controllore dell’ ordine mondiale, con licenza di intervento ovunque ne ravvisino la necessità o l’ opportunità. Il poliziotto del mondo.
 
Un ruolo di fatto sostitutivo di quello che dovrebbe essere ricoperto dall’ ONU.
Le Nazioni Unite. sono storicamente paralizzate dai veti incrociati che ogni volta bloccano qualsiasi decisione importante, sono ridotte a semplice “arena dove si parla e non si agisce” secondo la sarcastica definizione di Gorge Bush poco prima dell’ intervento - autonomo - in Iraq.
La conseguenza è che oggi gli Stati Uniti sono chiaramente individuati come una vera e propria forza di occupazione sia in Iraq che in Afghanistan, oltre a mantenere forze militari dislocate in tutto il mondo e senza contare la probabilità concreta di aprire un nuovo fronte in Iran o addirittura nella Corea del Nord.
I costi sono agghiaccianti, solo l’ Iraq è costato 700 miliardi di dollari finora, il debito pubblico USA continua a crescere ed è finanziato con gli alti tassi di interesse e svalutazione della moneta, e non si intravede nessuna possibilità che questa tendenza possa essere invertita nel breve periodo, seppure si dovesse venire a capo delle varie crisi  finanziarie.
 
È esattamente il meccanismo descritto da Paul Kennedy.
È il tramonto dell’ impero americano, che vorrebbe dire di tutto l’ Occidente visto che, piaccia o no, dietro l’ Europa ci sono gli USA, ma dietro gli USA non c’è nessuno?
Difficile dirlo, non lo sanno i contemporanei e verosimilmente non lo sapranno neppure stabilire gli storici, il quando ed il preciso perché del crollo, se davvero un crollo ci sarà.
 
Nel frattempo cerchiamo di navigare a vista, di orizzontarci tra neocon, teocon e teodem, postdarwinisti e fautori del disegno intelligente, raeliani e newage, nichilisti, esistenzialisti e spiritualisti, tutti confusamente consapevoli che il paradigma scricchiola, ma nessuno che sappia bene a cosa aggrapparsi.
 
Because something is happening here
But you don't know what it is
Do you, Mister Jones?
 

Postato da: melogrande a 16:30 | link | commenti (6)
riflessi, idee

martedì, 26 maggio 2009
Apnea

Il respiro profondo ha un che di metallico, come un’ eco minacciosa ed oscura, che accelera finchè qualcosa si rompe ed esplode in un lampo improvviso, nel fruscio dell’ acqua che si apre tutto attorno.
Riemergo.
 
Riemergo da un sonno pesante e profondo come si riemerge dagli abissi, conservando memoria di movimenti rallentati e di suoni attutiti, ovattati. È impossibile immaginare di muoversi velocemente dentro un sonno vischioso ed impastato come questo.
Riemergo dalle tenebre dell’ inconscio dunque, e chissà quali mostri si sono aggirati da queste parti stanotte, come dinosauri dentro un paesaggio primordiale, come creature aliene su un esotico pianeta da film di fantascienza.
Il pianeta proibito e i mostri dell' id ?
Io non li ricordo mai i sogni, e forse è meglio così.
So che ho avuto paura, però, questo lo so anche se non sono in grado di dire perché.
 
Le ansie, i turbamenti della vita da sveglio, i dubbi, gli imprevisti a cui non so rispondere ma a cui devo rispondere perché è quello il ruolo, tutto questo ha subito un collasso nel sonno agitato di questa notte, tutto si è ritrovato fuso insieme in una massa indistinta ed informe, senza colore e senza sapore, senza alcuna qualità che non sia il peso.
Un peso che grava sulla testa e sul petto, un peso che impedisce i movimenti ma anche un vero riposo.
 
Da questa nebbia minacciosa ed appiccicaticcia riemergo a fatica mentre percepisco sempre più distintamente l’ intermittente sibilo acuto, in crescendo, della sveglia sul comodino.
 
La giornata di oggi sarà difficile, e la tenebra già lo sapeva.

Postato da: melogrande a 16:41 | link | commenti (7)
anima, inquietudini

lunedì, 18 maggio 2009
Il muro di Berlino, in soggettiva

 
I tedeschi vendono i frammenti del Muro nei negozi di souvenir.
Io ce li ho già.
Mauer
Eccoli qui, sono tre pezzettini, intendiamoci, piccoli come noci, ma sono stati prelevati da me medesimo con una piccozza presa in prestito da un giovane berlinese (dell’ ovest) in un’ epica notte del lontano 1989.
Erano i tempi in cui la mia società cercava di fare affari con l’ URSS, di progetti ce n’ erano tanti, di soldi nemmeno l’ ombra, ma questo l’ avremmo capito solo qualche tempo dopo.
Avevamo a che fare con clienti lituani, oppure russi proprio, ma di Leningrado, ex San Pietroburgo e adesso daccapo Pietroburgo ma senza san, se ho ben capito.
 
Ora, come si sa, il regime sovietico era abbastanza fissato coi controlli, per cui i voli provenienti dall’ Occidente potevano solo arrivare a Mosca, dove le maglie del setaccio erano particolarmente fitte, e solo da li si poteva, ammesso che l’ Aeroflot fosse dell’ umore giusto per onorare le prenotazioni fatte dall’ Italia, raggiungere le altre destinazioni con un volo interno sovietico.
Il che nella fattispecie comportava poi almeno tre ore di burocrazia per uscire da un terminal ed entrare nell’ altro, e finalmente l’ imbarco su un Tupolev malconcio, sporco, sovraffollato ed anche un po’ maleodorante. Sul quale Tupolev mi trovai a sedere di fianco al portello dell’ uscita di sicurezza, la cui precaria tenuta era stata opportunamente rafforzata con abbondanti sovrapposizioni di nastro adesivo da pacchi.
Un bell’ inizio, non c’è che dire, ma il meglio venne subito dopo il decollo quando un sottile ma percettibilissimo sibilo mi confermò ciò che che già avevo capito, e cioè che il nastro adesivo non era una precauzione in più, il maledetto portello non chiudeva bene e la tenuta d’ aria della cabina era affidata proprio allo stramaledetto nastro adesivo da pacchi che faceva sì quello che poteva, ma quello che non poteva non lo faceva e l’ aria un po’ usciva lo stesso.
 
Volai preoccupato, per così dire, aggrappato al bracciolo del sedile e con la cintura di sicurezza ben serrata nella speranza di non venire risucchiato fuori come il cattivo nei film di 007 nell’ ipotesi non remotissima che il portello cedesse di schianto una volta per tutte. Mai più.
 
La volta successiva decidemmo di tentare una furbata.
C’ eravamo accorti che i voli provenienti dal perfido Occidente a Leningrado non ci arrivavano, ma quelli dei paesi del Patto di Varsavia invece si.
E quindi andando a Berlino Ovest con una compagnia occidentale ed attraversando il Muro ci si poteva poi imbarcare su un volo diretto per Leningrado. Sempre un Tupolev sarebbe stato, d’ accordo, ma la segreta speranza era che sui voli internazionali i russi mettessero aerei un po’ più nuovi, non fosse altro che per non far figure con gli alleati. Ci si attacca a tutto.
 
…………………………….
 
Ecco cosa ci faccio io a Berlino in questa sera di novembre del 1989. A Berlino Ovest, più precisamente, dove pernotteremo in attesa di passare dall’ altra parte domattina. E già qui la sensazione è piuttosto strana perché l’ albergo è un palazzone alto e da qui si vede dall’ altra parte del muro ed il contrasto non potrebbe essere più netto.
Pare quasi che i berlinesi dell’ Ovest abbiano fatto apposta a mettere quante più luci, vetrine, sfavillii e scintillii possibili. Anzi, decido che si, l’ hanno fatto proprio apposta per sottolineare impietosamente il buio dall’ altra parte, l’ oscurità triste mal rischiarata da pochi lampioni dalla luce giallastra.
 
Dopo cena il nostro capo delegazione propone di fare un giro dall’ altra parte. Io lo guardo come se fosse matto, ma capirò in seguito che le sue ragioni le ha, la parte storica di Berlino è nella zona russa, ad Est. Dopo breve discussione, però si decide di lasciar perdere, l’ idea di passare i controlli di frontiera tre volte fra stasera e domattina ci lascia estenuati al solo pensiero. Domani si vedrà.
Decidiamo però di fare ugualmente un giro a piedi, dalla parte del Muro.
 
Più andiamo da quella parte, e più si vede movimento, gente per strada, agitata persino. C’è tensione, c’è elettricità, ma non solo, c’è anche un senso di commozione vera nella gente che vediamo, come ai tedeschi non capita spesso di manifestare.
Naturalmente i giornali li abbiamo letti nei giorni scorsi, sappiamo che nel tentativo di salvare il salvabile la DDR lancia una riforma ogni giorno, tra cui la liberalizzazione dei viaggi all’ Ovest, si, però…
Però sapere le cose è un conto, vedere quello che sta succedendo qui un altro.
Ed allora affrettiamo il passo, seguiamo la folla, ci troviamo senza accorgerci sul Luogo dell’ Evento. A ridosso del Muro. Fra non molto, ex-Muro.
È lì ad un passo, e già questa è una novità sconcertante, si dovrebbe stare ben lontani, esiste una fascia di rispetto, una terra di nessuno da entrambe le parti del Muro, la gente invece adesso lo tocca con le mani, migliaia di mani addosso al Muro, lo vorrebbero spostare, tirare giù, come le quinte di un teatro. Ed invece sono pannelli di calcestruzzo, non sono facili da portar via e neppure da spostare, interverranno le gru fra qualche giorno, ma la gente ancora non lo sa.
Stasera ci sono solo mani, tante mani tutte insieme addosso al Muro, e parecchi attrezzi casalinghi, martelli, zappe, piccozze, cacciaviti, qualsiasi cosa.
In qualche punto hanno cominciato a scavare in corrispondenza delle linee di giunzione fra un pannello e l’ altro, l’ è più facile da scardinare, già si vede qualche varco, grande abbastanza da guardare di là, grande abbastanza da farci passare una mano.
 
Foto di Frederick Ramm –
http://www.viaggio-in-germania.de/muro-foto03.html
 
Le guardie dall’ altra parte fanno le guardie e, per l’ appunto, guardano. In condizioni normali dovrebbero mitragliare la folla vociante che mette le mani addosso al Muro, dovrebbero sparare, uccidere, lanciare i cani, far suonare le sirene, accendere tutti i riflettori, fare accorrere i mezzi blindati, chiamere il Cremino, questo dovrebbero fare in circostanze normali.
Ma qui le circostanze non sono affatto normali, questo lo hanno capito benissimo.
Quello che non hanno capito è come ci si comporta in circostanze non normali, perché questo non sta scritto sui manuali d’ addestramento e non lo sanno neppure i superiori, che nemmeno sanno se ancora sono i superiori, e per quanto ancora.
Ed allora si limitano a guardare, queste guardie.
 
L’ indomani, nemmeno vorranno vedere i nostri passaporti, al check point.
 
………………………………
 
Oggi, a Berlino, sembrano aver cancellato quasi il ricordo.
Il Muro non c’è più, ovviamente, resta una riga per terra vicino alla Porta di Magdeburgo a segnarne il tracciato, e restano un paio di tratti lasciati in piedi come memoria, memoria privata, però, non attrazione turistica. Quei tratti di Muro è difficile trovarli, sono poco pubblicizzati e per nulla segnalati, ed anche i berlinesi, di solito aperti e pieni di premure per i forestieri, sembrano parlarne malvolentieri, come di una ferita troppo intima per poterne esibire disinvoltamente la cicatrice.
 
 
 

Postato da: melogrande a 18:01 | link | commenti (4)
ricordi, storie, luoghi, viaggi reali

domenica, 10 maggio 2009
Persistenza

 
 
È strano ed anche un po’ curioso, ma solo per chi crede che si debba essere monodirezionali, esseri tutti d’ un pezzo, psichicamente monoteistici e monomaniaci. Sempre uguali.
Insomma il fatto è che ho scritto un certo numero di post sul divenire, sul cambiamento, sull’ inevitabile evolversi di cose e persone e sull’ effetto che questo evolvere implacabilmente produce sulle relazioni umane. E mi trovo adesso a ragionare sull’ opposto. Su ciò che non cambia, o perlomeno su ciò che cambia meno di quanto ci si potrebbe attendere, su ciò che si mantiene negli anni, sul nocciolo duro della personalità.
Il cambiamento sorprende allo stesso modo in tutti e due i versi, nel veder cambiare cose che immaginavamo non potessero cambiare e nel vedere rimanere più o meno costanti cose che ci aspettavamo al contrario di veder mutare molto più rapidamente.
 
Ho vissuto la mia adolescenza in tempi alquanto ribelli e turbolenti, ci si rivoltava contro il “sistema” e le istituzioni tutte con rabbia ingenua e generosa, senza avere una precisa idea di cosa poi fosse questo “sistema” e soprattutto senza avere nessuna idea di cosa avremmo poi messo al posto del “sistema” se fossimo davvero riusciti ad abbatterlo. Una critica tutta al negativo e al distruttivo, molto ricca di accuse ed avara di risposte, fondamentalmente sincera ed immatura. Questo eravamo.
La parte distruttiva coinvolgeva tutte le generazioni precedenti, naturalmente, anche quella immediatamente precedente alla nostra, anche i nostri fratelli maggiori per così dire, tutti irrimediabilmente compromessi col “sistema”, secondo questo manicheo modo di vedere.
Li guardavamo con compatimento, i trentenni di quel tempo, che cercavano in qualche modo un equilibrio che a noi pareva piuttosto un disonorevole compromesso, una maturità che a noi appariva un’ “integrazione”. Mi rendo conto adesso di quanto fossimo ingiusti, ma a quei tempi mi domandavo davvero se valesse la pena di vivere a lungo o se tutta la parte di vita successiva al trentesimo compleanno altro non fosse che lunga e inutile agonia.
Ho il sospetto che l’ epica degli eroi maledetti del rock, meglio bruciare che svanire lentamente, avesse a fondamento considerazioni simili.
 
Stupidaggini, lo so, che passano da sole se non altro per il fatto che a trent’ anni poi ci si arriva e ci si rende conto che non si sta poi tanto male, e allora si comincia a spostare la bandierina della rottamazione necessaria, a trentacinque, poi a quaranta, poi sempre più avanti.
 
Poi, a guardar bene, non è nemmeno un problema di spostare bandierine e rimandare autorottamazioni.
La verità è che a vent’ anni mi ero costruito un’ immagine di ma stesso quarantenne che era una specie di adattamento del commissario Maigret: cappotto, sciarpa, cappello, pipa, abitudini consolidate. Pensavo che a quell’ età si trascorresse il tempo libero giocando a scopone o a tressette, alla bocciofila del paese, nella tranquillità dorata di un pomeriggio settembrino.
Vabbè, a dirla tutta io ero un patito di Nero Wolfe, che però come modello mi pareva davvero un po’ estremo ed impegnativo …
 
La verità non potrebbe essere più diversa da quell’ ingenuo sentire. Si arriva all’ età matura sentendosi molto più simili interiormente a come si era a vent’ anni di quano non traspaia probabilmente dall’ aspetto fisico esteriore.
Che anche qui, a volerla raccontare proprio tutta, io ed un discreto numero di coetanei facciamo molto più esercizio fisico adesso di quanto non se ne usasse ai tempi…
Insomma, di mezzo c’è questo fatto che all’ invecchiamento fisico non corrisponde affatto un equivalente e contemporaneo invecchiamento psichico, tutt’ altro. L’ anima, ad averne cura, a nutrirla ed interessarla, non invecchia proprio, evolve, muta, magari qualcosa abbandona ma solo per fare posto ad altro, altri interessi ed altre passioni, si arricchisce persino, forse. Ma non “invecchia” in senso proprio, o almeno può non farlo.
Ci si può ritrovare pieni di passioni e di desideri, come e più di prima, e questo semmai acuisce il dolore per un trascorrere del tempo che è comunque esterno, oggettivo ed implacabile.
 
Difficile esprimere queste emozioni meglio del buon W.B. Yeats.
 
Che cosa devo fare di questo assurdo,
O cuore, o cuore turbato, di questa caricatura,
Dell'età avanzata che m'è stata legata
Come alla coda d'un cane?
Mai io ebbi
Più eccitata, più appassionata, più immaginosa
Fantasia, né orecchio, né occhio
Che più si aspettassero l'impossibile,
No, nemmeno nell'infanzia, quando con lenza e insetto,
O con il più umile verme, salivo il dorso dei Ben Bulben
E avevo tutta la lunga giornata d'estate davanti a me.
Sembra ch'io debba invitare la Musa a far fagotto,
Scegliere Platone e Plotino per amici
Finché la fantasia e l'orecchio e l'occhio
Imparino ad accontentarsi di disquisizioni e occuparsi
Di cose astratte; o essere deriso da
Una sorta d'ammaccato pentolino alle calcagna.

W. B. Yeats – La Torre
 

 

 
 

Postato da: melogrande a 19:43 | link | commenti (3)
riflessi, maturità

domenica, 03 maggio 2009
Insonnia Traballante

ponte tibetano
 
Attraversare incolume
ancora un’ altra notte,
sospeso sull’ abisso,
dal ponte tibetano.
Non guardar giù, t' avviso,
guardare fa paura,
brulica di anime
vaganti senza nome
cui venne meno il cuore,
non solo la presa.
 
Fermati, chiudi gli occhi,
e prova a immaginarti
già dall’ altra parte.
La mano ormai a contatto
di roccia fredda e scabra.
Il piede non oscilla,
il mondo fermo e noto
è solo a pochi passi.
Riapri gli occhi adesso,
e muovi un passo avanti.
 
Cerca di fare piano,
lo vedi, è quasi giorno...
 

Postato da: melogrande a 18:46 | link | commenti (2)
visioni, luoghi, inquietudini, autopoesie

lunedì, 27 aprile 2009
La vita, la morte e un salmone

 
I pesci non hanno un gran cervello, questo si sa.
Fanno le cose perché le “devono” fare, nel senso che gliele impone l’ istinto, non come noi che possiamo fare o non fare e possediamo il senso del dovere, diciamo così. Hanno la coscienza pulita.
 
Ora, un salmone col suo poco cervello nasce nel suo fiumicello, facciamo che sia in Alaska, in acque basse e trasparenti, e nasce da famiglia numerosa, visto che ogni femmina di salmone depone parecchie migliaia di uova alla volta.
Nasce e cresce per un anno o due, il salmoncino, cresce sano e forte e giocherellone fino ad una dimensione da mezzo chilo, più o meno. Poi comincia a diventare irrequieto.
Per modo di dire, naturalmente, che il salmone ha poco cervello, l’ abbiamo già detto.
Ma quel poco cervello pare si metta a produrre iodio in quantità, o quel che è, insomma il salmone comincia a sentire un bisogno irrefrenabile di sale marino, e quando arriva la primavera ed il disgelo gonfia bene le acque del torrente si mette a discendere lungo la corrente fino ad arrivare al mare, anzi all’ Oceano, il Pacifico.
Ma non è che si limiti a gironzolare lì attorno, brucando le alghe nelle vicinanze della foce del fiume, no. Perché a mano a mano che cresce sente il bisogno di acque sempre più scure e profonde, dicono che diventi ipersensibile alla luce del sole, la verità è che nessuno ha ancora capito perché il salmone fa quel che fa, solo si sa che lo fa.
Si allontana di centinaia di chilometri, e non per una scorribanda di qualche giorno. Passa in aperto oceano cinque, sei, sette anni, crescendo ed irrobustendosi, diventando un bel salmone adulto da una decina di chili, diciamo.
A questo punto diventa di nuovo irrequieto.
Si mette ad annusare in giro, letteralmente. A consultare le stelle, forse. A riconoscere le correnti. Chissà. Non si sa bene quello che si mette a fare, però si sa che c’ entra l’ olfatto e c’ entra la luce.
A farla breve, ritorna sui suoi passi, per centinaia di chilometri, riconosce la baia, sente il sapore dell’ acqua natia, probabilmente, o qualcosa del genere.
Aspetta Agosto, quando sa che il fiume ha meno acqua e la corrente è meno forte, cioè, non è che lo “sa”, si capisce, ma il fatto è che aspetta Agosto, e poi si mette a risalire il fiume.
Ora, cerchiamo di immedesimarci per un attimo, non è che per un pesce adulto sia così facile passare dall’ acqua di mare all’ acqua dolce, la gran maggioranza dei pesci di mare non sopravvive in acqua dolce e viceversa, ma il salmone tiene duro e ce la fa.
Però gli tocca pagare un prezzo alto, altissimo, dal momento in cui entra nel fiume praticamente smette di mangiare, e questo non è ancora il peggio.
Risalire un torrente non è come scenderlo, naturalmente, c’è la corrente che tira contro, ci sono le rapide, bisogna destreggiarsi per trovare un percorso tortuoso dove la velocità dell’ acqua non sia eccessiva e permetta di nuotare controcorrente.
Proprio lì attorno si mettono gli orsi ad aspettare i salmoni. E pure i pescatori sportivi.
Ci sono anche le cascate, nei torrenti dell’ Alaska, e lì non c’è niente da fare, bisogna saltare.
Saltare una volta, due volte, tre volte, poi riprendere fiato un momento e riprovare ancora ed ancora, la terza la quarta volta, finchè non si riesce a non farsi ributtare giù dalla corrente e si può riprendere il viaggio.
Non tutti ce la fanno, naturalmente, molti sono morti in mare prima ancora di tentare il viaggio di ritorno, altri pescati da uomini e orsi, altri infine muoiono semplicemente di stanchezza, se la cascata è troppo alta non è che il salmone si giri all’ indietro e se ne torni in mare, questo non è previsto, lui continua a tentare ed a saltare fino alla morte. Lo deve fare.
Non tutti ce la fanno, ma ce la fanno comunque in parecchi, a raggiungere le acque basse e tranquille dove sono nati.
Ce la fanno in troppi.
E allora il salmone giunto a casa si trasforma come il dottor Jeckill o come un lupo mannaro in una notte di luna piena. Gli viene la gobba. Gli si deforma la mascella. I denti si allungano e si trasformano in zanne. Nel giro di pochi giorni diventa un mostro da combattimento. E comincia a combattere.
Le zanne sono molto affilate, feriscono, lacerano, squarciano. Ma i combattenti non se ne curano.
Un' unica cosa che gli resta da fare nella vita, quella che li ha fatti tornare fin qui.
I vincitori si accoppiano, poi mettono in salvo le uova fecondate in canali che le femmine hanno scavato nella ghiaia, canali profondi anche un metro.
Poi si lasciano finalmente morire, tutti.
Cibo per i gabbiani.
 
Ora, lo so che è sbagliato umanizzare i comportamenti animali, lo so che il salmone fa quello che fa per istinto, lo fa perché “deve” farlo, ma non per senso del dovere, non è la stessa cosa di quando noi diciamo “devo farlo”, qui non c’è volizione, è destino e necessità, e del resto il salmone ha un cervello piccolissimo, non dimentichiamolo.
 
E quindi che motivo c’ era per raccontare questa storia ?
 
 
 
(cfr. David Attenborough – La vita sulla terra – Rizzoli, p. 128 – 130)

Postato da: melogrande a 16:45 | link | commenti (7)
storie, luoghi, viaggi reali, diramazioni

mercoledì, 22 aprile 2009
Kàthodos Ànodos

 
 
E un altro giorno è andato, la sua musica ha finito e non voglio fare il verso al professor Guccini ma sono qui che osservo il sole che ride calando, e non dietro al Resegone, che questo non è proprio possibile e lo sapevano tutti tranne Manzoni. Insomma è il tramonto.
È un tramonto che s’ allarga e stratifica e trascolora di rosso e di blu, manca solo il raggio verde, peccato, ma lo spettacolo è davvero maestoso ed anche un po’ inquietante.
Mi ritrovo, chissà poi perché, ad immaginare di vederlo con gli occhi dell’ antichità classica, quanto potevano trovarlo più inquietante a quei tempi, senza troppa cultura scientifica e razionalismo e teoria della gravitazione universale, appena un po’ di astronomia semimagica e basta.
Va bene, lo so che antico non vuol dire stupido e nemmeno serve essere troppo secolarizzati e positivisti per intuire che anche domattina il sole rispunterà dall’ altra parte dell’ orizzonte come ha sempre fatto tutte le mattine.
D’ accordo.
Però.
Questo sole che sprofonda, insomma, verrebbe da chiedersi, con un po’ di preoccupazione, di preciso dove va.
Dove passa le notti ?
 
Sul serio, se la Terra è piatta, nessuno può davvero sapere cose c’ è sotto, dall’ altra parte del disco, insomma proprio dove il Sole sembra tuffarsi in questo preciso momento. Giusto ?
Gli Inferi, l’ Ade ? Il nulla eterno, forse. Satana, Caron dimonio ? L’ elefante che sostiene il peso del mondo ? Che diavolo c’è là sotto ?
Insomma, l’ inquietudine di vedere il Sole (il Sole !) sprofondare verso il luogo dell’ ignoto non è cosa da trascurare.
Sì, va bene, domattina il Sole spunta dall’ altra parte, lo so, lo ha sempre fatto.
È sicuro.
 
… MA SE GLI SUCCEDE QUALCOSA ? …
 
Non è uno scherzo.
Il dubbio che al Sole gli potesse succedere qualcosa doveva essergli venuto davvero agli antichi, se avevano inventato il mito di Fetonte.
Fetonte era figlio di Helios, l’ auriga che guidava il cocchio di Zeus.
In qualche modo il ragazzo riuscì ad estorcere al padre la promessa di fargli fare un giro sul cocchio, trainato dai cavalli alati, così che tutti sapessero di chi era figlio. Una cosa tipo andare al bar col Cayenne di babbo, per dire. Del resto nell’ Olimpo, si sa, non abbondava il buon senso.
Inutile dire che il ragazzo perse ben presto il controllo del potente veicolo, producendo danni irreparabili sia in Cielo che il Terra (la Via Lattea ed il deserto libico per la precisione) e seminando il panico, finchè Zeus fu costretto ad abbatterlo con un fulmine.
Per inciso, precipitò in Padania.
 
Insomma, il Sole muore tutte le sere al tramonto, o se non muore perlomeno parte per un luogo che occhi umani non hanno mai osservato, e dal quale perciò non si può avere assoluta certezza che ritorni.
Sarà anche un fondo di dubbio piccolissimo, ma c’è.
E del resto, dove va a finire di preciso chi sprofonda in un sonno pesante e privo di sogni ?
Si, certo, anche dal sonno ci si ridesta tutte le mattine, è sicuro.
Ma dove poggia questa certezza ?
E chissà poi che questa quotidiana “morte” del Sole non sia all’ origine di tanti altri miti nei quali il protagonista affronta un viaggio verso l’ ignoto, scomparendo alla vista degli uomini, e si addentra in un qualche luogo misterioso e pieno di prodigi.
C’è l’ Odissea, il viaggio di Giasone, Orfeo, Dante e chissà quanti altri.
L’ eroe parte superando una soglia all’ apparenza inviolabile, come fa il Sole quando scompare nel mare, o sotto la terra. E sparisce alla vista degli uomini, affrontando pericoli e nemici, schivando trappole micidiali, trovando alleati insperati. Riemerge poi con un tesoro, o un amuleto, o un dono soprannaturale. Trasformato, rigenerato. È stata dura ma ce l’ ha fatta, come Indiana Jones.
Eccolo qui di ritorno, per sempre felice e contento.
Per sempre ?
Eh, no, non prendiamoci in giro.
Perché il viaggio vero è in realtà tutto il contrario.
Si viene al mondo sbucando da un grembo,  una porta misteriosa e magica, la sorgente e l’ Origine del Mondo, che se avete visto il quadro di Courbet non c’ è molto da aggiungere.
 Si attraversa dunque questa porta dell’ Origine del Mondo e si entra in una realtà piena di pericoli, trappole, nemici e poche figure protettrici.
Si lotta, si ama, si matura, si costruisce a poco a poco la propria anima e con quella, presto o tardi, serenamente o traumaticamente si riattraversa la soglia dell’ ignoto (non la stessa di prima, eh ...) per tornare di là, nel luogo di cui nessuno può dire, il luogo indicibile, la Notte Eterna, il buio perenne.
 
Forse non è la notte, il viaggio pericoloso. Forse la Notte è il luogo natale, quello a cui ritornare.
E se fosse invece il giorno, il viaggio pericoloso, di qua dal paradiso ?
 
 
 

Postato da: melogrande a 06:22 | link | commenti (2)
riflessi, ellenismi, idee

lunedì, 13 aprile 2009
Marzo di un altr' anno

 goccia
 
Primavera di pioggia e rugiada,
umida fredda aria mattutina.
Aghi di ghiaccio gocciolano lenti,
acuti stridi corrono fra i rami,
sfrecciano, frusciano piccole creature.
Un raggio di sole abbaglia;                
        in una goccia
riflette un mondo intero capovolto.
 

Postato da: melogrande a 09:43 | link | commenti (7)
riflessi, momenti, anima



 
 
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