Freiburg im Breisgau. La città di Friburgo è il capoluogo della Brisgrovia.
Non sto inventando, e la Brisgrovia non l’ ho presa dal libretto di qualche operetta viennese. Esiste davvero, anche se non è facile trovarla se uno non sa già dove cercarla.
Non è nemmeno così lontana dopotutto, è la regione della Germania più vicina a noi, adagiata là dove il Reno compie un’ ampia curva a 90 gradi, prima diretto da ovest verso est da Schaffausen a Basilea, per poi girare, una volta raggiunta quest’ ultima città, con decisione in direzione Nord e dirigersi senza esitare verso Amburgo. Fa prima da confine fra Svizzera e Germania, il Reno, poi fra Germania e Francia, si vede che è il suo destino fare da confine, e tutti sanno quanto sangue si sia mescolato nei secoli passati alle sue acque oggi così pigre e rasserenanti.
Racchiusa da quest’ ansa sta dunque la Brisgrovia, che è parte del Baden Wurttemberg, ma soprattutto è il cuore dello Schwartzwald, la famosa Foresta Nera, la Silva Nigra dei Romani, nera perché fitta a tal punto da non lasciare filtrare la luce del sole, insomma la Selva Oscura, luogo per eccellenza dell’ immaginario collettivo, il bosco dei lupi e degli orchi e delle streghe, i fratelli Grimm vissero e si ispirarono qui. Hansel e Gretel, Cenerentola, Biancaneve, il Pifferaio di Hamlin, la Bella Addormentata, fiabe di buio e cattiveria, orchi, streghe cannibali, matrigne assassine, vendette crudelissime.
Bosco buio ed angosciante come si conviene, insomma, perché una volta la natura incontaminata non era affatto il luogo dove andare a ristorarsi e rigenerarsi dallo stress, era piuttosto il luogo stesso dello stress, e stress della peggiore specie, pericolo fisico, smarrimento, disorientamento, belve e predoni, invece era la città il luogo dove finalmente riprendere fiato ed allentare la tensione.
Buio del bosco e buio dello spirito, anche il Dottor Faust, quello vero, era di questi luoghi, medico, mago e ciarlatano del 500, trovato morto con la testa rivoltata all’ incontrario, certo per mano di Mefistofele venuto a riscuotere la ricompensa per il patto sciagurato, così dice una leggenda che non ha mai smesso di incuriosire.
Luogo buio e senza luce, dunque, una selva oscura dantesca.
Eppure di luce ce n’è in questo placido e freddo primo pomeriggio mentre osservo Friburgo dalla più alta piattaforma sulla torre del Munster, la maestosa cattedrale. Sono a circa settanta metri d’ altezza, sopra di me l’ enorme guglia traforata s’ innalza ancora altissima, fino a quasi 120 metri, ma più di così non è possibile salire. Il fiato si condensa, nel respiro accelerato dai tanti gradini.
Il timido sole riveste il paesaggio di luce dorata, fatica alquanto a sciogliere quanto resta della nebbia di stamattina, ma accarezza le sfumature dei tetti della città, le mille sfumature che vanno dal rosso vivo al marrone spento a seconda della qualità e dell’ età di ogni singolo tetto, tutti però uguali nella forma e tutti ugualmente spioventi, una fratellanza di tetti su cui solo svettano i galli d’ oro sui campanili delle chiese riformate. La residua foschia impedisce di vedere molto oltre i confini della città, la tiene come abbracciata ed isolata in una dimensione luminosa di una qualità speciale.
Faceva più freddo e la nebbia era più spessa stamattina quando sono entrato in città, seguendo le indicazioni dell’ hotel, infilandomi in un quartiere di vicoli stretti e strade acciottolate. Avanzavo combattendo un senso di disagio ed ansiosa incongruità nel constatare di essere l’ unico in automobile per le vie del centro. Non c’ erano altre auto a percorrere queste vie irregolari, e nemmeno auto parcheggiate. C’ era solo la mia.
Eppure i segnali stradali non mancano, senso unico di qui, divieto d’ accesso di là, divieto di sosta sulla piazza, vuol dire che le macchine sono ammesse dopotutto, o no ?
Capirò più avanti che qui circolare in macchina non è proprio proibito, c'è una flessibilità insospettabile, se uno ha bisogno lo può fare. Semplicemente non è bello. È come presentarsi in ciabatte ad una prima teatrale. Le persone educate non girano in auto qui, se possono farne a meno e quando lo fanno se ne vergognano un po’, proprio come è capitato a me mentre scaricavo le valigie circondato da un biasimo unanime e molto palpabile. Per poi correre subito a mettere l’ auto in uno dei tanti parcheggi sotterranei. Fuori dalla vista, nascosta. Così si fa, così vuole la decenza.
È questo lo spirito di Friburgo. Frei Burg, la città libera. Libera di essere ciò che vuole, e ciò che vuole essere è una città libera dalle auto. Non è piccola Friburgo, fa duecentomila e più abitanti, e ci vuole una bella determinazione per liberarsi delle auto, ma non è certo la determinazione che manca da queste parti. E così l’ improbabile riesce: una città in cui si cammina e si respira.
A Friburgo senti camminare. Senti i passi sul selciato, scopri di poter distinguere i passi di uomini, di donne, di bambini, distinguere i passi affrettati dai passi passeggianti, le scarpe col tacco dalle scarpe basse.
A tutto questo penso mentre lo sguardo galleggia pigro sul mare increspato di tetti rossi, soffermandosi sugli occasionali faraglioni delle guglie più alte.
All’ improvviso, la violenza del rintocco mi travolge, sono le quattro, e le diciannove campane del Munster, che si trovano a pochi metri da qui, vogliono farlo sapere a quanta più gente possibile, a tutti i cittadini ed oltre, fino alla campagna che circonda la città ed ai boschi ancora più in là. Figurarsi se non lo fanno sapere a me, ventisette tonnellate di bronzo che rintoccano insieme, mettendo in vibrazione non solo la struttura del campanile e la piattaforma su cui mi trovo, ma anche timpani e stomaco di ci sta sopra. Non è come sentire un colpo di gong. È come essere il gong.
Mi viene da pensare a quale effetto soprannaturale potesse avere una simile ammucchiata di rintocchi su di un popolano del Medioevo. La più antica di queste campane, la Hosanna-Glocke, è del 1258, tre secoli prima che Lutero dicesse la sua. A quei tempi la natura incontaminata era ansia e stress, la città era pace, riposo e sicurezza. Ma doveva essere ben chiaro che il bosco e la città, il cielo e la terra avevano un padrone, un padrone dalla voce possente.