Alcune recenti e vivaci discussioni in casa d’ altri mi hanno stimolato, per non dire costretto a ragionare su uno di quei particolari concetti che sembrano scontati già a solo nominarli.
La libertà, niente meno.
Ora, sembra quasi una banalità osservare che la libertà assoluta non esiste. Certo, si potrebbe naufragare su un’ isola deserta o perdersi nei boschi trovando rifugio in una grotta sul fianco di un monte inospitale e lontano da ogni consesso umano, e lì si potrebbe forse sperimentare qualcosa di simile da una libertà piena e senza restrizioni, una libertà assoluta. Libertà di fare qualsiasi cosa salti in mente.
(O meglio, qualunque cosa si possa fare da soli senza condividere né sforzi né risultati, il che già di per se costituirebbe una restrizione non da poco…).
Assoluta libertà, insomma, concediamo pure che lo sia, ma per farne poi cosa ?
Ululare alla luna che si è liberi ?
Non è una prospettiva che possa attrarre molti.
Credo al contrario che il naufrago o chiunque si trovasse in simili circostanze sarebbe più che contento di rinunciare all’ istante ad una quota parte della sua “assoluta” e sterminata libertà per rientrare in una comunità di uomini.
Ed anche in fretta, possibilmente, prima di varcare in modo irreversibile la soglia della pazzia.
Sì, perché di questo si tratta, né più né meno. Di uscire pazzi, cioè di perdere l’ identità.
L’ identità la si costruisce di fronte ad altri, ed io so di essere ciò che sono, individuo unico e diverso da ogni altro proprio perché ne vedo altri, di individui, simili a me ma non uguali a me. Spero. Se non ne avessi mai visto uno non saprei chi sono, come la “mammouttina” che si crede opossum in un recente film d’ animazione.
Nel momento in cui compare un altro simile a me, però, tramonta immediatamente il concetto di libertà assoluta. Perché se l’ altro è simile a me, è per questo stesso motivo che non posso negargli ciò che rivendico per me stesso. E dunque l’ amata libertà urta subito contro un confine, un limite ed una restrizione: il recinto della libertà di quell’ altro.
La convivenza impone una cessione di diritti sulla propria libertà, e la convivenza con una pluralità di soggetti richiede il contemporaneo riconoscimento che qualcuno deve far rispettare i limiti convenuti. Chiamiamo questo qualcuno un’ “autorità”.
Maggiore la quota di libertà ceduta, maggiore la forza dell’ autorità regolamentatrice. E maggiore il grado di sicurezza percepito. A minor cessione di libertà corrisponde un’ autorità più debole ed una maggiore esposizione all’ insicurezza. Una specie di equazione.
Una cessione inferiore a favore dell’ autorità lascia agli individui un maggiore carico residuo di libertà, dunque. Maggiore ma pur sempre parziale, perchè comunque in una comunità la libertà deve per forza essere limitata, e se non viene limitata dall’ autorità esterna non può che essere auto-limitata.
La libertà all’ interno di una comunità non è assenza di regole, insomma, ma semmai capacità di dare una regola a se stessi. Ora, se si pensa che in greco “se stesso” è “eauton” e che la legge, o regola, è il “nomos”, si arriva alla banalissima scoperta che una maggiore quantità di libertà individuale all’ interno di una comunità presuppone e richiede che gli individui che compongono quella comunità siano individui con un alto grado di “autonomia”.
E quindi che siano individui maturi.
Niente di sconvolgente, naturalmente, è quello che succede a ciascuno nel corso della crescita, dall’ infanzia all’ adolescenza all’ età adulta: a maggiore maturità acquisita, a maggior capacità di autonomia corrisponde di regola un maggior grado di libertà.
Libertà. Autonomia. Maturità.
Sono paroloni, termini e concetti che pesano.
Ne manca ancora una, ed è quella che spiega perché tutto questo, in fondo, possa anche fare paura.
Responsabilità.
È questo il risvolto antipatico della libertà. Nella misura in cui sono libero di fare o non fare una certa cosa, o di scegliere fra più possibili azioni, divento responsabile delle conseguenze o dei risultati di ciò che faccio, o non faccio. E non è sempre piacevole essere chiamati a rispondere.
È molto più facile e comodo poter dire all’ occasione: “io non c’entro, m’ hanno detto di fare così, che altro potevo fare ?”.
Nel più stupefacente capitolo dei Fratelli Karamazov, Dostoevski fa dire all’ Inquisitore:
“Non c’è preoccupazione più assillante e più tormentosa per l’ uomo, non appena rimanga libero, che quella di cercarsi al più presto qualcuno innanzi al quale genuflettersi.”
È questa la via facile.
Genuflettersi davanti al miracolo, al mistero, o davanti all’ autorità.
L’ autonomia è la via difficile, invece.
La maturità è fatica, dolore, disincanto. Richiede applicazione, richiede autocontrollo.
Richiede amore, persino. Ecco, l’ ho detto.
Alla fine del capitolo l’ Inquisitore tace, sa di avere ragione, ed anche noi un po’ riconosciamo che c’è della verità, per quanto amara nelle sue parole. Gesù rimane muto.
“Al vecchio piacerebbe che quello gli dicesse qualcosa, fosse pure qualcosa di tremendo. Ma Egli, di colpo, in silenzio, si appressa al vecchio e lievemente lo bacia sulle esangui labbra di novantenne. Ecco tutta la risposta.”