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Nome: Francesco
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Mi sono interessato più volte di etica, su questo blog (non posso dire “su queste pagine”, ma “su queste videate” suona malissimo…). Ad esempio qui, qui e qui.
Me ne sono interessato sempre dal punto di vista di un’ etica laica.
Mi è sempre parsa paradossale, e persino un po’ mortificante, l’ affermazione che non ci possa essere un’ etica senza fondamento trascendente. E neppure riesco a mandar giù l’ idea che fuori dalla religione ci sia solo il nichilismo. Occorrerebbe allora dare ragione a Dostoevski, ammettere che se Dio non c’ è, allora non c’è più limite alla stoltezza umana e “tutto è permesso”. Non riesco ad accettarlo perché mi accorgo che è una affermazione infondata, basta guardarsi attorno per vedere che non da lì passa la differenza, ci sono persone prive di fede religiosa che non si abbandonano affatto a qualunque licenza, tutt’ altro, si potrebbe prenderli a modello di moralità, e ci sono pure gli esempi opposti, è chiaro, persone religiose solo a parole. Non è quello, a fare la differenza, per cui questa contrapposizione forzata finisce per innervosirmi.
Ho tentato nei vari post di venire fuori dal dilemma con i strumenti, non particolarmente ricchi, di cui dispongo. Mi sono aggrappato alla legge morale di Kant, al fatto già non banale che lui ritenesse possibile il fondamento di una morale autonoma, pur non avendo un concetto particolarmente generoso dell’ umanità in genere (“Da un legno storto come quello di cui è fatto l'uomo, non si può costruire niente di perfettamente dritto”). Sono risalito indietro fino a Platone, il primo Platone, quello dell’ Eutifrone e del suo famoso dilemma: “Una cosa è buona perchè piace a Dio oppure piace a Dio perchè è buona ?”. Dilemma per niente banale, a proposito del quale nell’ ultimo dei post citati scrivevo più o meno questo:
La prima alternativa, cioè che il bene sia ciò che piace a Dio, comporta, come è facile vedere, un elevato grado di arbitrio, tanto più che non abbiamo la possibilità di chiedere direttamente a Dio se una cosa gli piace veramente, e dobbiamo accontentarci di ciò che altri uomini ci assicurano essere l’ opinione divina.
E se a Dio dovesse piacere l’ omicidio, questo diventerebbe una cosa buona ?
La domanda non è affatto surreale, è esattamente ciò che pensano oggi i terroristi islamici e pensavano ieri crociati, inquisitori ed uomini di chiesa dediti alla persecuzione di streghe ed eretici. “Dio lo vuole” è sempre stato un meraviglioso alibi per fare ciò che si vuole, sempre.
La seconda alternativa, che Dio ami ciò che è buono, parte dal principio che l’ idea di bene preceda quella di Dio. (…) Ma se l’ etica precede Dio, in qualche modo se ne svincola, e non è possibile eludere la domanda se sia veramente necessaria l’ idea di Dio, una volta che si sia dato un fondamento autonomo all’ etica.
Non so se le mie considerazioni possano convincere qualcuno, a me sono parse soddisfacenti. Esiste una visione più o meno condivisa fra diversi pensatori laici che individuano il fondamento della morale nel senso dell’ altro, nell’ immedesimazione con l’ altro, nell’ empatia, che porta a non fare ciò che da parte nostra non si vorrebbe subire. Mettersi nei panni degli altro sembra proprio un buon punto di partenza.
Recentemente mi sono imbattuto in un elemento, di natura alquanto diversa, che sembra però adattarsi bene al quadro generale d’ insieme.
In un bel libro di Luigi Zoja (psicanalista di scuola junghiana, ma in realtà intellettuale senza etichette), intitolato “La morte del prossimo” si fa cenno alla scoperta dei cosiddetti “”neuroni specchio”, identificati prima nel cervello dei primati e poi, con molta probabilità, anche in quello umano.
L’ osservazione principale riguarda il fatto che certe reazioni emotive, e dunque fisiologiche (tutte le emozioni sono accompagnate da reazioni fisiche), appaiono sostanzialmente le stesse, sia nel caso che un soggetto FACCIA una certa cosa, sia nel caso che VEDA qualcun altro farla. Vedere qualcuno alle prese con un gustoso gelato fa venire l’ acquolina in bocca, così come osservando un evento sportivo particolarmente emozionante ci si trova a contrarre i muscoli come se si fosse impegnati in prima persona nello sforzo agonistico.
Insomma, ci si immedesima negli altri persino a livello fisico.
Del resto, ragiona Zoja, su cosa si fonda l’ intera industria della pornografia se non sul fatto che ci si eccita vedendo immagini di altri che fanno sesso ?
È lo stesso principio del teatro, che Aristotele identificava nella “mimesi”, nell’ “imitazione” o “rispecchiamento delle emozioni altrui, quelle rappresentate sulla scena da attori (che a loro volta, “imitano” emozioni altrui…). Insomma, dice Zoja, non solo il riso è contagioso, ma anche il vedere la sofferenza altrui genera sofferenza.
Ci si mette, anche inconsapevolmente, nei panni dell’ altro, anche sul piano fisico ed emotivo.
Da ciò Zoja ricava la conclusione, forse un po’ ottimistica, che “una base della solidarietà – dunque dei comandamenti religiosi e delle utopie sociali – non nasce con l’ evoluzione dall’ animale all’ uomo: esiste già nell’ istinto”. (pag. 19)
Sembra persino troppo…
E allora corre l’ obbligo, innanzi tutto, di precisare che sulla teoria dei neuroni specchio, ed in particolare sulla loro individuazione nel cervello umano, non tutti gli scienziati son d’ accordo, al contrario, è in corso una polemica piuttosto vivace. Non li si può (non ancora, almeno) considerarli un fatto scientificamente accertato.
In secondo luogo, verrebbe da dire che i neuroni specchio non devono funzionare un gran che bene se non hanno impedito agli esseri umani di macellarsi di gusto a vicenda per secoli e millenni…
È anche vero però che la fase “preparatoria” dei grandi massacri sembra passare da un punto obbligato, come un elemento costante e riconoscibile al punto da poter quasi essere usato come indicatore, segnale che le cose si stanno mettendo male e qualcosa di brutto sta per capitare.
Il segnale in questo consiste: che il gruppo umano antagonista, nemico autentico o capro espiatorio che sia , viene anzitutto ridefinito come “diverso” e “meno che umano”. Che si tratti di neri, XXX, islamici o rom, l’ aggettivazione usata tende a renderli qualcosa di meno di esseri umani. Il vizio è antico, intendiamoci, la parola “barbaro” l’ inventarono i Greci quasi ad imitare il balbettio inarticolato di esseri semiumani. Da allora e per sempre l’ umanità ha usato termini come “barbari”, selvaggi”, “cani”, “animali”, “bestie” come criteri di allontanamento dallo status di umanità piena, un passo propedeutico all’ annientamento, quasi inteso ad ingannare i neuroni specchio impedendo l’ identificazione e quindi rimuovendo l’ inibizione ad uccidere.
Nelle frasi seguenti, scritte (ahimè) da Céline a proposito degli ebrei, basta mettere al posto delle XXX un qualsiasi gruppo etnico ostile per apprezzare il funzionamento universale del meccanismo disinibitore:
Per il popolo un XXX è «un uomo come un altro»…questa spiegazione lo convince al cento per cento…i caratteri fisici, morali, dell’XXX, il suo infinito arsenale di astuzie, cautele, piaggerie, la sua avidità delirante… la sua prodigiosa slealtà… il suo razzismo implacabile… il suo strabiliante potere di menzogna, assolutamente spontaneo, di una faccia tosta mostruosa… l’Ariano li ingoia ogni volta… li subisce in pieno.
(…)

(L’XXX è un negro, la razza XXX non esiste, è un’invenzione massonica, l’XXX è solo il prodotto di un incrocio di negri e di barbari asiatici). Gli XXX sono i nemici nati dall’emotività ariana, non la possono soffrire. Gli XXX non sono emotivi... sono figli del Sole, del deserto, dei datteri e del tam-tam...
(…)
Emigrati, fissati sul nostro suolo, saccheggiatori, impostori, spaesati, essi scimmiottano le nostre reazioni, gesticolano, ragionano, si perdono in mille sforzi cerebrali prima di cominciare a vagamente comprendere quello che un Ariano, non troppo abbrutito, non troppo alcoolizzato, capisce a volo, in venti secondi...emotivamente, silenziosamente, direttamente, impeccabilmente.
(…)
Gli XXX, i cui nervi africani sono sempre più o meno di zinco, possiedono una sensibilità assai volgare, per nulla elevata nella serie umana; come tutto quanto proviene dai paesi caldi, egli è precoce, tirato su alla svelta. Non è fatto per elevarsi molto, spiritualmente, per andare molto lontano...
(…)
Nessuno mi toglierà di testa che le han cercate, le loro persecuzioni ! Se avessero fatto meno le canaglie su tutta la distesa del pianeta, se avessero rotto meno le scatole alla gente, non avrebbero provocato tutto questo !...
(…)
Quelli che ne hanno impiccati un po’ dovevano pure averle, le loro ragioni !...
Il testo, come si sarà intuito, è il famigerato pamphlet antisemita “Bagattelle per un massacro”.
Di contro, quasi in risposta, nel “Mercante di Venezia” di Shakespeare, è proprio ai neuroni specchio che sembra inconsapevolmente rivolgersi (peraltro senza successo), l’ ebreo Shylock, archetipo del diverso:
"Non ha occhi un ebreo ? Non ha mani, un ebreo, corpo, membra, sensi, affetti, passioni? Non si nutre dello stesso cibo, non è ferito dalle stesse armi, non è soggetto agli stessi malanni, guarito dalle stesse medicine, estate e inverno non son caldi e freddi per un ebreo come per un cristiano ? Se ci pungete, non sanguiniamo ? Se ci fate il solletico non ridiamo ? Non moriamo se voi ci avvelenate?
Dunque, se ci offendete e maltrattate, non dovremmo pensare a vendicarci?"
